Vale ormai quanto il canale moderno. La categoria spirits nel mondo Horeca sta vivendo un periodo di grazia. Lo testimoniano i numeri relativi ai volumi registrati dai distributori bevande in Italia tra 2018 e 2019, presentati dal leader mondiale nelle ricerche di mercato e nelle analisi a supporto delle aziende, IRI, in occasione dell’incontro a tema organizzato a Milano da Tuttopress Editrice.

Se i prodotti a base alcool vanno via via assumendo un peso sempre più importante nell’offerta dei grossisti bevande, in grado di svilupparne oltre il 63% del giro d’affari medio, gli spirits si preparano a giocare un nuovo e sempre più cruciale ruolo nell’offerta merceologica.

Valore e marginalità

Una crescita che rispecchia la ricerca di valore da parte dei distributori bevande e il conseguente spostamento dell’offerta verso categorie ad alta marginalità. Non è un caso che tanto gli spirits quanto gli aperitivi alcolici e i vermouth abbiano fatto registrare, su un panel generale di 1800 distributori, un deciso incremento a valore, prima ancora che a volume. +6,5% a valore e +5,2% a volume per gli spirits, addirittura +12,1% a valore e +10,9% a volume per gli aperitivi a base alcool e i vermouth, che fanno segnare il risultato migliore fra tutti, sopra di 8 punti rispetto, per fare un esempio, alla birra.

Dati confermati anche dalla testimonianza di un consorzio quale C.D.A. per il quale l’incidenza di superalcolici e vermouth sul totale del fatturato beverage è cresciuta in dieci anni di 4,5 punti percentuale, passando dal 7,1% all’ 11,6%.

A crescere meno, in entrambi i casi, è invece il trend prezzo (rispettivamente +1,3% per gli spirits e +1,1% per aperitivi e vermouth). Un dato, questo, che lascia ulteriore margine di crescita per il futuro.

Le categorie trainanti

Una crescita trainata soprattutto dalla componente assortimentale di alcune tipologie di prodotto: gin, amari e liquori a base erbe su tutti. Il fatturato annuo sviluppato dalla categoria “white spirits”, per esempio, supera gli 82 milioni di euro e registra una crescita a doppia cifra con un +11,8% a valore e +9,8% a volume. Il gin, da solo, vale il 53% del totale in termini di quota valore sulla categoria, in aumento del 21,8% a valore e del 20,2% a volume. Bene anche la tequila con un trend del +4,7% a valore e del +6,2% a volume. A far registrare il maggior incremento in termini di prezzo, invece, è il rhum creola con un trend del +3,7%.

Positivo anche il trend degli amari, il cui fatturato annuo supera i 62 milioni di euro, con una crescita del 7,7% a valore e del 6,8% a volume. Nello specifico, è da segnalare il boom relativo alle chine, risultato dell’effetto di nuovi lanci nel canale, con un trend a valore in crescita addirittura del 17,7% e un trend prezzo pari a +14,1%.

Per quanto riguarda la categoria liquori e creme dolci, in aumento del +5,9% a valore e del +4,4% a volume, a fare da traino sono in particolare sambuca e erbe, che costituiscono rispettivamente il 38,3% e il 22,7% del totale fatturato dai distributori bevande in un anno. Se la sambuca cresce in termini di valore (7,3%) e di volume (6,8%) ma non di prezzo (0,4%), le erbe fanno registrare, invece, oltre a una crescita in termini di trend a valore (7,7%) e a volume (5,3%), anche un buon incremento di prezzo (+2,3%).

Referenze in aumento

Merceologie con performance non particolarmente brillanti come il whisky hanno beneficiato invece dell’inserimento in portafoglio di nuovi prodotti. Un incremento assortimentale che, nel caso del whisky, è stato pari a 6 referenze in due anni, con un totale a oggi di 37 referenze medie, secondo solo al gin che nell’ultimo biennio ha registrato una crescita del 48%, pari a 14 referenze in più.

La crescita del fatturato relativo al whisky, arrivato a 24 milioni di euro, è stata però sostenuta soprattutto dall’effetto prezzi (+2,1%), a fronte di volumi in rallentamento, diminuiti dell’1,4%. A soffrire sono stati soprattutto i bourbon: -0,6% a valore e -1,7% a volume. Meglio la categoria dei malt: +4,1% a valore e +3% a volume. Più in generale, l’incremento delle referenze in portafoglio rispondono all’esigenza di soddisfare un’offerta sempre più particolare, dinamica, con prodotti innovativi e di tendenza. 

Sono state oltre 5.000 le referenze di spirits e aperitivi a base alcool movimentate nel 2018 da un consorzio quale Beverage Network. Oltre 8.000 quelle di C.D.A.

Il problema, però, non è tanto quello di avere un alto numero di referenze – hanno sottolineato sia il Direttore di C.D.A Lucio Roncoroni sia Pietro Flaccadori,  Direttore Commericale di Beverage Network – quanto di essere in grado di raccontarle e di conseguenza venderle.

Una sinergia decisiva 

Ecco dunque farsi largo una necessità sempre più impellente nel mondo beverage odierno: quello di dotarsi di specialist di categoria, investendo con convinzione su formazione interna ed esterna delle risorse umane. Competenze oggi fondamentali per poter incrementare i margini di vendita. Dalla conoscenza delle specifiche caratteristiche delle aree in cui si opera, del periodo dell’anno, degli attributi e della storia dei prodotti, fino alla messa in campo di strategie mirate. Non ultima, un’auspicabile sinergia tra industria, distributori e punti vendita. È richiesta, insomma, una sempre maggiore consapevolezza da parte di tutti gli operatori di settore, che li renda capaci di intuire e capire le evoluzioni del mercato, tra le quali si annovera anche il continuo mutamento del fenomeno mixology. Un mutamento che ha portato con sé anche un cambiamento della terminologia stessa e la nascita di nuove figure professionali. «È necessario – ha ricordato il Direttore Responsabile di Tuttopress Editrice Silvano Rusmini – fare un lavoro focalizzato e distribuito nel tempo. Le aziende stesse devono puntare sempre più sulla reale conoscenza del settore, investendo sulla formazione di giovani capaci, in futuro, di valorizzare e capire fino in fondo i prodotti proposti sul mercato».